Marino Magliani
Il collezionista di tempo
Sironi, 204 pagine, 12,90 euro

Il 3 agosto del 1969 , a San Rocco,
nell’entroterra ligure, Gregorio aspetta
tra gli ulivi l’arrivo della cinquecento
del parroco che lo porterà in collegio
a Mondovì, dove ha scelto di andare
convinto di poter diventare un grande
calciatore. Da questo addio s’innesca
una vicenda esistenziale che Magliani
ci narra in tre distinti blocchi temporali.
Nel primo tempo, in collegio, Gregorio
comincia a sentire le voci di altri sé
che gli raccontano di come siano già
passati dai luoghi in cui ora si muove.
Sono anni di grande nostalgia ma
anche della scoperta dell’amicizia col
compagno Falconi Leo, che una notte
riuscirà a fuggire, lasciando l’amico
ancor più solo e smarrito. Nel secondo
movimento seguiamo Gregorio nel periodo di leva,
rabbioso e insofferente verso regole che si rifiuta di
comprendere, che gli impediranno perfino di portare
l’estremo saluto al padre morente.
Infine lo ritroviamo adulto, rifugiatosi in Olanda con
la convinzione salda, maturata negli anni, di voler
vivere grazie alla scrittura. Ora a parlargli è una voce
sola, quella di Lukas, che gli scrive dal futuro via
e-mail chiedendogli di salvarlo. Racconta che nel
2065 le valli liguri sono franate, ma lui ha ritrova-
to i racconti di Gregorio ed è riuscito a contattarlo
sfuggendo ai controlli della polizia del Figlioccio,
leader criminale dell’Italia futura. Gregorio accetta
di aiutare Lukas e il ritmo narrativo si fa incalzante
fino all’epilogo.
Il finale vero e proprio tuttavia è in quel racconto,
aggiunto in calce, a cui Gregorio ha lavorato per
anni interi; L’architettura del molo di Porto Maurizio,
quello stesso che le voci gli narravano da bambino:
la storia di Cobre, un cane abbandonato che va a
cercare la propria fine verso il mare. Si condensano
qui le riflessioni disseminate nel romanzo: il tempo,
quello narrativo, quello vissuto e quello rimpianto,
diviene il centro di una continua e insoluta interro-
gazione.
In un romanzo così denso e stratificato, non manca
l’impressione di una sovrabbondanza di materiale
non sempre ben orchestrato. Anche la lingua, così
tesa verso la cifra evocativa, a tratti appesantisce
una trama che avrebbe meritato un più accurato
lavoro di sottrazione.
La vera qualità dello scrittore ligure sta nel tratteggiare
una galleria d’immagini che s’imprimono nel lettore proprio
per la capacità di restituirci la sostanza poetica degli oggetti.
Si staglia sulle altre la figura del Gregorio bambino, inge-
nuo e al contempo statuario, nel suo ergersi sulla collina in
attesa del proprio destino.
(Michele Barbolini)
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