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El Pichichi Blu Porto Maurizo e Rossi Diano. Pichichi lesse i nomi sulle due porte. Aprí quella dei Rossi e guardó negli angoli. C' era solo il massaggiatore. Si salutarono con un colpo di mento. " Il nostro Manovra é arrivato ? " Il massagiatore sbadiglió e fece segno che era di sopra. Pichichi entró nel suo spogliatoio. Era deserto. Si sedette sulla panca e fissó la fila di attaccapanni dai quali pendevano zaini e cinghie, maschere, come se fosse una strada da percorrere per chissà ancora quanto tempo. Ma sapeva che oggi era l' ultima partita. Ci aveva pensato a lungo questa settimana e ora ne parlava a Manovra. Lentamente si svestí, si alzó e andó al suo armadietto, dall' attaccapanni tolse le sue cinghie e lo zaino e se l' infiló, si sistemó le cinghie. Si risedette e rimase cosí qualche minuto, a guardare la porta che fra poco si sarebbe aperta, i gomiti sulle cosce. Quando si spalancó la porta, perché era entrato il suo portiere, vide che in corridoio stavano passando pure i terzini e l' ala destra dei Rossi Diano, i loro sguardi s' incrociarono. Poi sentì una voce in fondo al corridoio, e chiamó forte: " Manovra! " Un rumore di passi corti annunció l' arrivo di Manovra. Era un uomo piccolo e scuro, con una tuta dei Blu Porto taglia bambino. Si fermó sulla porta e guardó Pichichi in un' impressione di attesa. " Dacci piano, sono smesso sgangherato. Pochi girelli." Manovra si mise in bocca una gomma e disse: " Ora arrivo. " Nello spogliatoio aveva fatto il suo ingresso il medioesterno destro e l' ala destra. Si sedettero sulla panca di fronte al Pichichi e aprirono le borse. Poi uno alla volta entrarono tutti, anche le riserve. E tirarono fuori le divise blu. Pichichi era già a posto, lo zaino e le cinghie gonfiavano la strana maglia blu provvista dei fori per il passaggio della sbarra. La schiena appoggiata al muro piastrellato, e tra la schiena e il muro, zaino e cinghie facevano da spessore: una posizione che conosceva da vent' anni. Quando erano quasi tutti pronti, il Manovra entró con le nuove cinghie e le diede al portiere che gettó le vecchie in un angolo. " Spiego il modulo. " disse Manovra. " Mi state a sentire un attimo. Puntiamo molto il fianco sinistro, il terzino destro non é granché, neanche l' ala..." " L' ala ha una bella mina " disse Pichichi. " Cosa volevi dirmi prima ? " chiese il Manovra. " Niente. " disse Pichichi andando indietro con la testa fino a sentire il collare. Era il centravanti dei Blu Porto, uno dei tre stranieri della squadra, spagnolo, di Blanes, il nome Pichichi, goleador, se l' era portato di là. Ma i riflessi non erano più gli stessi e la voglia neanche. Manovra spiegava, sulla piazza era quel che si dice un buon lettore di partita, uno che preparava le azioni nei minimi dettagli, efficace nel cambiare moduli durante il corso. Aveva acceso un video, come faceva di solito, un'ora prima della partita, e chi non l'aveva ancora fatto a casa poteva studiarsi un attimo l' avversario, il movimento di gambe, se preferiva calciare di collo, di esterno, fin dove riusciva ad alzare il ginocchio. Il calciobalilla umano era solo questo: uno zaino e una serie di cinghie che ti assicuravano alla sbarra, le braccia larghe legate anch' esse alla sbarra, e le gambe libere di muoversi, le ginocchia di palleggiare, i piedi, a fil d'erba, a giusto dieci cm, in grado di calciare, stoppare "ganciare". Una protezione di cuoio per i genitali e una per il volto, il petto e lo stomaco custoditi dalla fasciatura dello zaino. L' entusiasmo, ecco, cosa mancava a Pichichi da tempo. Aveva passato i trenta, era in viaggio da quindici anni, e finita la stagione non avrebbe più rinnovato, la squadra di Blanes, lo stadio dove s'era legato per la prima volta alla sbarra, gli aveva offerto un posto come Manovra della prima giovanile. Il futuro assicurato, discreto stipendio, nuove sfide, del resto era uno che durante la carriera aveva fatto tesoro degli insegnamenti di tutti i Manovra incontrati. Anche se, come tanti, lui era dell' idea che non si diventava mai buoni allenatori se non s'era stati prima giocatori, appesi lassù, colpiti da pallonate, con le gambe che bruciano, all'erta su ogni passaggio, rimbalzo. Da Manovra invece si faceva tutto più facile, manovra era l'uomo in cabina di regia, colui che ( un tempo azionando un motorino che rispondeva a comandi manuali, ora coi tasti di un semplice computer ) agitava le sbarre, arrettrava o avanzava di un metro e mezzo la linea di cetrocampo, attacco, difesa, il portiere, (e non più di un metro e mezzo per non mettere in contatto la linea con la linea avversaria ) o spostava a destra e sinistra. Manovra era colui che dettava i tempi, e consigliava un passaggio, un lancio, un pallonetto. Manovra era la coscienza, un giocatore eseguiva soltanto, spalle alla sua porta, guardava in avanti. Immagini che gli davano nausea, ormai, anche se l' avevano mantenuto, e bene, lui, e la sua vasta famiglia, moglie i due figli, padre e madre suoceri, la sorella, sua figlia, tutti avevano allattato dalle sue gambe penzolanti, la sua schiena insaccata e legata. Basta, sentiva, senza conflitti, un basta come finisce una stagione... Manovra seguitava a parlare, mentre fuori gli spalti si affollavano, come una volta il calcio. Già, quante centinaia di migliaia di spettatori aveva tolto il calciobalilla man al calcio, uno sport più sicuro, niente più decisioni equivoche dell' albitro, nessun fallo, le braccia orizzontali appartenevano alla sbarra, il contatto con l' avversario non avveniva, valeva tutto, trattenere il pallone fino ai dieci secondi, fare ganci, girelli, ubbidire agli ordini, spostato a destra o sinistra, capovolto...Mandó giù la saliva. Odiava il girello, un movimento al quale solo al pensarci, lo stomaco non s' era mai abituato. Dopo un po' la porta si riaprí e entró il massaggiatore. Passava in quel momento per il corridoio il portiere dei Rossi Diano, lo zaino già posto, lo strano zaino dei portieri, che permetteva loro di aver libere anche le mani guantate. Pichichi incroció il suo sguardo. Uno come El Pichichi davanti non aveva mai avuto altro che un portiere, due difensori, ma soprattutto un portiere e dietro al portiere il buco nero, largo sette metri e alto due. Tre mesi ancora, poi finiva tutto. Non l' avrebbero ricordato mai qui in Italia. Era venuto tardi, due anni fa, e la buona stagione coi Blu Porto gli aveva strappato un altro anno di contratto con opzione per il terzo. " Vamos todavia...por huevos..." gli disse il massagiatore terminando i suoi polpacci. Rimase con quella smorfia di nausea. " Avete capito...Hai capito, Pichchi ? " disse Manovra. Non aveva seguito nulla, moduli, strategie, disse di sí. " Ay que machajarlos " disse ancora Manovra. Gli sorrise, come per suggerirgli di piantarla lí, detestava che Manovra gli parlasse in spagnolo. Poi, quasi senza accorgersene, come se fossero a tu per tu: " Non ne ho più voglia " disse. Tacquero tutti. S' aspettavano che Manovra reagisse. Anche il massagiatore, che stava impomatando i polpacci dell' ala destra, abbassó lo sguardo. " Va bene, poi saliamo dal presidente, ma oggi giochi e segni..." cercó di minimizzare la cosa Manovra. " Prendi lui " disse allora Pichichi indicando un ragazzo dalle spalle grosse e i capelli ricci rossi, che da mesi si metteva lo zaino e le imbragature senza mai scendere in campo. " Negli allenamenti l' hai visto, potente, ambidestro, volontà, onesto, prendi Landerini, " aggiunse. Landerini gli cercó gli occhi, riconoscente. Una sirena suonó nei corridoi. " Cominci tu, " disse Manovra. Pichichi chinó appena il capo sul collare. Poi si alzarono tutti quanti assieme. Gridarono come per darsi coraggio, ancora mezzi frastornati dalla notizia dell' addio del Pichichi. perché mai quella decisione, un campione, un esempio, che si metteva a far scenate in spogliatoio come le stelle... Questo dovevano pensare, pensó. In corridoio attesero formando le due colonne, ventidue atleti, le spalle gonfie da zaini e cinghie, e la maglietta sopra coi numeri e il nome dello sponsor, gli scarpini che tacchettavano sulle piatrelle, i protettori ai genitali, la faccia fasciata, ventidue gladiatori. E un arbitro, uno solo, senza guardalinee, i palloni rimbalzavano nelle pareti, trasparenti perché il pubblico non si perdesse la giocata, palloni che cercavano carambole. I manovra si diedero la mano e salirono in cabina regia, le due colonne si mossero. Li accolsero canti, fumogeni, grida. Pichichi hijo de puta, gridó uno. Lui gettó un' occhiata e sorrise. Poi si inizió, la voce del telecronista riempí l' aria. Pichichi si tolse un attimo le cuffie per ascoltarlo. Banalissimo esordio. Signori e signori lo spettacolo galattico della domenica, ecco che fanno ingresso le squadre, ai Blu Porto manca il mediano destro Rodetti, infortunato, gioca il giovane Gevi, vedo Puma salutare la curva col suo gesto leggendario ( allargava le braccia come se fosse già alla sbarra, Pichichi gli tiró la cinghia, un vecchio scherzo, Puma sentì la strozzatura al collo, si voltó a veder chi era e sorrise attraverso la maschera protettiva ) e vedo Felipe Pichichi passargli accanto e raggiungere Pichichi s' era tornato a infilare le cuffie e la voce del telecronista sparí. Portatosi alla sua sbarra, attese che l' ala destra s' infilasse, poi fu il suo turno e per ultimo toccó all' ala sinistra. Un paio di inservienti passarono a imbragarlo. Allargó le braccia come il chirurgo in sala operatoria quando viene incamiciato, e in tre punti le braccia furono agganciate alla sbarra, lo zaino attraverso il suo foro passó dentro, ora era a posto, poi per sganciarsi ci voleva molto meno, in caso di infortunio o di un cambio, un comando dalla sala regia l'avrebbe sciolto in un attimo, e al sentirsi mollare dall' imbragatura il corpo sarebbe caduto a peso morto sull'erba, un salto di dieci centimetri. Altri inservienti stavano imbragando gli esterni di attacco e i difensori e il portiere avversari. Le cinghie tesate, il collare a tenere, che ossa e nervi non si ferissero, va bene, disse, dopo aver mosso il collo, poi le gambe, le alzó, fece ciclette, le fece roteare ai lati, e calció nel vuoto un paio di volte col destro, guardando il portiere che veniva assicurato. Ognuno aveva i suoi esercizi. I suoi tic scaramantici, i suoi palleggi a deliziare la platea. Si voltó a destra e osservó la sua ala. Con un gesto della faccia, attraverso la maschera, lo incitó. Lo stesso fece con l' ala sinistra. Chiese all' inserviente di staccargli un attimo le cuffie. Un solo istante, sarebbe stato fuori del regolamento. Ma era un abitudine. Lo stadio...Qualcuno, vedendo che ora poteva sentire, s'era rimesso a cantare vamos pichchi. Erano pochi. Un gesto di compassione. Non c'era tensione tra le frange in curva, inspiegabilmente tuttavia si vedeva più polizia del solito. Prima che l' inserviente salisse la scaletta e gli rimpiazzasse le cuffie, il centrocampista centrale alle spalle gli aveva gridato qualcosa. Non capí. Ora attraverso il circuito gli arrivavano solo più i messaggi di Manovra, che erano gli stessi per tutta la linea d' attacco. Le solite raccomandazioni, giocare sul versante sinistro, tirare anche dalla mediana, il portiere tanto sveglio non lo era, stancarli con una rete di allargamenti laterali e provare provare provare. Gli inservienti si portarono via le scalette. Pichichi alzó la faccia alla folla sopra la porta dei Diano, d' ora in avanti ció che succedeva alle sue spalle l' avrebbe rivisto solo domattina nei filmati. Urlavano, forse, lassù, nella sua curva, sventolavano bandiere, ce n' era anche un paio che lo riguardavano, la rossa e la catalana. Quindici convocazioni nella nazionale. Due partite. Due gol. Una media pessima per un delantero chiamato Pichichi. Le televisoni dall' alto. La voce di Manovra ogni tanto. Abbassó le palpebre e fuggí in un posto che da domani non avrebbe più trovato... Papà, tu jugaba bien a Calcioman ? " Todavia no esixtia el calcioman Felipe, se jugaba solo a futbol...Te gustaria aprender ? " A calcioman ? " " O a el futbol " " No, quando soy grande quiero jugar a basket...Papà, que ay a dentro de l' arco, donde terminan las pelotas, porque no ay una red como en el futbol ? " " Esta hecho como un verdadero calciobalilla, las pelota entran en el auquero oscuro y bajan haciendo ruido, entre canales de madera, y terminan adonde despues la mano en el calciobalilla rejoje la bolitas " " Nunca ha hechado un vistazo en las porteria ? " " Nunca " " Me gustaria hecharle un vistazo, ver lo que ay a bajo..." Ricordó le partite a Barcellona, quando il padre lo portava a veder la primera division de calcioman. Erano i primi anni. Gli aveva detto che da grande avrebbe giocato a basket. E quel desiderio, che l' anno scorso gli era tornato alla mente nei deliri della morfina, durante il post-operazione a un ginocchio, la paura che da bambino gli facevano le porte di calcioman... Quante volte durante gli allenamenti aveva guardato in quel buio. I primi due metri era una continuazione del campo, una sorta di protezione per il portiere che sganciato dalla sbarra in occasione di un cambio o per la fine della partita non si ritrovasse a cadere sulla linea del buco. Era un piano leggermente inclinato, di modo che i palloni oltre la linea rotolassero nel buco. Il buco era lungo quanto la porta e largo un metro, buio come un pozzo, provvisto di una scala perché gli inservienti vi scendessero a recuperare i palloni che inspiegabilmente a volte si fermavano nelle curve del canale e bloccavano la discesa degli altri palloni. Un posto dove tutti, da ragazzi, disobbedendo alle regole, prima o poi erano scesi. Tutti. Tranne lui. Quando smise di pensare a quel ricordo, la partita era iniziata. Non che fosse stato distante dal gioco, dopo tanta esperienza si poteva giocare anche con la testa altrove, certo con meno profitto, non si ascoltavano i consigli di Manovra, la sua voce che ti gridava di addomestire un pallone e passartelo sul sinistro o fintare e farlo viaggiare lateralmente, mentre tu avevi calciato di prima... Strana partita, le gambe e i piedi si muovevano anche se gli occhi non avevano dentro nient' altro che il buio oltre la linea di porta. A tratti finalmente il silenzio, e poi di nuovo la voce di Manovra lontana nelle cuffie, che gli segnaló: lancio alle spalle...Lui se l' aspettó a destra dove la sbarra l' aveva portato, ma c' era stata una deviazione, palla agli avversari, il portiere del Diano la dava al difensore che la faceva filtrare al suo mediano, e a questo punto Pichichi non vedeva più nulla. Di nuovo silenzio nelle cuffie, e allora Pichichi sapeva che Manovra stava ordinando movimenti alle linee dei centrocampisti o della difesa, un miglior piazzamento del portiere, e anche senza volerlo, immaginava in quell' attimo sincronie alle spalle, movimenti studiati...Poi: " Girello " sentì. Degluttí e si preparó, ed era già in aria capovolto, la palla alzata dal suo portiere aveva incontrato, con una scelta di tempo perfetta, il collo del suo piede destro ed era stata calciata verso la porta avversaria con la violenza di una schiacciata da pallavolista. Come succedeva spesso, quasi senza accorgersene, aveva segnato. Ora sentiva nelle cuffie i colpi delle manate che i compagni di attacco sferravano sulla sbarra per festeggiarlo, vedeva l' ala destra far la bicicletta e la bandiera catalana lassù agitarsi. Manovra gli disse: " Golazo barbaro! " La palla inghiottita dal buio oltre la linea di porta era stata riportata da un inserviente al centro del campo. La giocavano gli avversari. Sul pannello il punteggio. 1 a 0 Tra parentesi il marcatore. ( Felipe " Pichichi " Serrat ) . Odiava i girelli, anche se il loro Manovra era uno che avvertiva, e un solo istante a volte bastava, significava preparare lo stomaco. Durante il primo tempo ( un tempo durava 25 minuti e se ne giocavano tre ) non successe praticamente nient' altro. Nella pausa gli inservienti vennero a mettere sotto i piedi dei giocatori lo sgabellino alto dieci centimetri: era un ristoro, poi un lungo sorso d' acqua e il massaggiatore passó a chiedere se c' erano problemi. Altri inservienti riaccomodavano i pannelli erbosi laterali che erano anch' essi leggermente inclinati e convergevano verso il centro, di modo che il pallone non si fermasse mai. Prima di iniziare il secondo tempo Manovra anticipó i possibili cambi. A Pichichi toccava verso il quindicesimo. Si emozionó, l' ultimo quarto d' ora di agonismo, sentì dentro, domani avrebbe chiesto una convocazione in sede, una decisione che era nell' aria da un mese gli avrebbe detto, li avrebbe convinti, una recissione del contratto consensuale, tra l' altro un contratto che prevedeva addirittura una clausola del genere prima della fine della temporada. Manovra parlava di nuovo da lontano, il Diano aveva pareggiato al terzo minuto e poco prima Pichichi aveva sbagliato una grossa occasione. Al sesto Pichichi aveva mancato un altro pallone facilissimo, un pallone facile facile da colpire di prima o da agganciare, una giocata proveniente dal suo esterno di attacco destro, lui l' aveva lasciato sfilare sciaguratamente verso l' attaccante di sinistra in un momento in cui aveva il buco davanti, poi niente più sorpresa, quando il pallone era tornato in suo possesso, la difesa s' era piazzata e lui aveva provato, trovando il muro. Appena la palla si fermó nei pressi del portiere del Diano, una luce verde si accese. Era il cambio. " Scendi tu Pichichi " sentì nelle cuffie. La sostituzione avveniva con qualche minuto di anticipo. Disse: " Va bene " Senza protestare. Manovra tacque un attimo e rispose come se Pichichi gliene avesse chiesto il motivo: " Provo Landerini e gli avvicino l' ala..." Pichichi respiró a fondo e attraverso la grondante graticola della maschera guardó la curva, poi sentì sganciarsi le imbragature e posó i piedi sul manto erboso. Gli inservienti avevano alzato alla sbarra Landerini che era corso in campo molleggiando lo zaino sulle spalle, poi sganciarono l' ala destra e l' avvicinarono a Landerini. Manovra sguarniva la fascia, tentando più bocche da fuoco al centro, a volte funzionava. Pichichi auguró a Landerini i gol con l' antico gesto del pulirgli la scarpa, poi si voltó a guardare la linea dei compagni di centrocampo, imbragati alla sbarra, e vide che chiusero i pugni. Si tolse le cuffie e camminando verso la porta avversaria, sentì il telecronista annunciare un cambio anche tra i Rossi Diano. A questo punto Pichichi avrebbe dovuto essere già, secondo il regolamento, lungo la barriera laterale, dove un inserviente gli avrebbe aperto la porticina che menava alle panchine e da lí, in caso non avesse voluto restare, agli spogliatoi. Il telecronista giustificó il silenzio dello stadio e disse: Ma cosa fa il Pichichi ? Egli avrebbe voluto rispondere che infrangeva le regole, ma neanche di questo era sicuro. Stava solo andando in un posto prima che fosse tardi per sempre. E mentre s' avvicinava alla porta avversaria, egli alzava lo sguardo sui difensori del Diano, crocefissi e stupiti, e sentiva il pubblico ora gridare Pichchi Pichchi. Allora il telecronista ripeté: " Ma che succede?" Un paio di inservienti correvano ora verso la porta per convincerlo a uscire dal campo. Non fecero in tempo. Pichichi scartó pure il portiere del Diano ed entró nella zona oscura della porta. Ora sentiva meno anche il telecronista, passó sul piano leggermente inclinato perché i palloni scendessero nelle catacombe. A destra, una lucetta illuminava debolmente la scala metallica, si sporse un istante a guardare il buio e si afferró alle sbarre della scaletta sorridendo. Scese una ventina di gradini e alzando gli occhi vide i fasci di luce delle torce degli inservienti. Al fondo il pozzo odorava di legname, di vernici e da qualche parte si sentivano rumori di gocce. Giunto dove i palloni picchiavano sull' assicciato e da lí scorrevano nel canale, andó anche lui in una penombra di neon pieni di ragnatele. Lungo le pareti di assi, qualche lattina di bibita negli angoli, qualche cartaccia, poi dopo una curva secca si passava su un altro canale, più inclinato. " Papà, nunca ha hechado un vistazo en las porteria ? " " Nunca " " Me gustaria hecharle un vistazo, ver lo que ay a bajo..." Continuó a scendere tenendosi al passamano di legno e già là davanti vide che albeggiava il chiarore della buca dove si accampavano i palloni, basso e largo, dal quale per uscire bisognava abbassare la schiena. La voce dei tifosi lassù, e quella del telecronista che commentava, attraversava grandi spazi prima di arrivare a lui. Gli occhi si riabituarono alla luce. S' era seduto sulla spondina. La partita aveva ripreso anche senza di lui e fra poco, se il gruppo di inservienti, di cui ora si avvicinavano rimbombi di voci e fasci di luce di torcie elettriche, l' avesse lasciato stare seduto sulla spondina, egli avrebbe sentito il rumore ventriloquo della prima rete in campionato di Landerini, e il pallone giù, per i canali inclinati e curvanti, si sarebbe fermato ai suoi piedi. |