Intervista di Remo Bassini

Siamo a Dolcedo, sui monti che si affacciano sul mar ligure di Ponente. E' il 1944. L'antefatto è una strage. Qualcuno ha tradito una famiglia di fornai, i Droneri, che vengono sterminati dai tedeschi. C'è una bimba, vicina al luogo della strage. Nascosta tra i rovi. Un soldato tedesco l'ha vista. In un attimo decide: non l'ha vista. A futura memoria, dopo la guerra, resta una lapide, lì: testimone e simbolo tanto della strage quando di un mistero noto (chi ha tradito i Droneri?) e di uno non noto (chi era la bimba nascosta tra i rovi?).
Non è facile ricostruire, tornare indietro nel tempo.
Il tempo nasconde, poi fugge.
Rincorre il tempo e i suoi misteri, 45 anni dopo, sempre a Dolcedo, un ex soldato dell'esercito regolare tedesco: è l'autore della strage. E' questo il cuore del romanzo. Cercare, nascosti tra i rovi di un tempo, brandelli di verità che, messi insieme, ricostruiscano, se si può.
Si intitola Quella notte a Dolcedo, Longanesi (16 euro) il nuovo, avvincente romanzo (il sesto) di Marino Magliani, classe 1960, scrittore che vive in Olanda ma che pensa e scrive nel linguaggio della sua Ligura.
Magliani, dopo i libri pubblicati con Sironi ecco il balzo nella grande editoria, con Longanesi. Può rappresentare la svolta, ma anche no. Preoccupato?
E' una bella sfida, certo, qualcosa che aspettavi da molto, ma che avresti potuto aspettare ancora per sempre. Arrivarci attraverso Sironi significa aver scalato a tappe. Tappe importanti, direi.
L'idea della bimba nascosta tra i rovi, che è l'idea che si fissa nel lettore: è arrivata passeggiando tra olivi e sentieri o scrivendo e, magari rimpiangendo dall'Olanda, i colori della Liguria?
Ti rivelo un segreto. Piccolo e intimo come tutti i segreti che purtroppo nessun altro poteva conoscere. Mia mamma, che durante la guerra civile non era una più bambina ma una giovane donna, mi raccontò che un giorno, era in compagnia di suo padre, stava attraversando un uliveto. D'improvviso, furono sorpresi da una colonna di tedeschi, così, su suggerimento del padre si nascose, con lui, dietro un rovo. I tedeschi però li scoprirono e li condussero dal capitano, che gridava qualcosa, in tedesco, che loro non potevano comprendere. Quell'immagine di mia madre mi ha sempre accompagnato. In ogni rovo, e ne conosco a migliaia, sento un odore e una voce.
Il finale, invece, che, a sorpresa, dai rovi della Liguria si sposta sulla Germania, del dopo caduta muro di Berlino: studiato a tavolino, oppure è venuto picchiando sui tasti del computer?
Un'altra specie di segreto. Un giorno un caro amico tedesco mi raccontò di aver "ereditato" un campo dal'ex Repubblica DDR. Nel senso che era appartenuto alla Germania Est e, dopo l'unione delle due Germanie, era tornato a lui e una ditta gli aveva proposto di costruirci dei palazzi. Lui naturalmente aveva accettato. Quando lo incontro e pranziamo assieme nelle trattorie della vallata vuol sempre pagare lui. Non mi sembra neanche giusto, in fondo gli devo il finale del romanzo.
Nei tuoi libri c'è sempre un protagonista-ombra: il tempo.
Sí, é il tempo sabbioso, raccontato dalle campane delle vallate, dal rantolo di un orologio nella chiesuola del carruggio. Dal soffoco dei meriggi nell'odore del verderame. Parallelo a un tempo cosmico, forse sabbioso anch'esso.
L'idea di scrivere una storia e di farla leggere, o di scriverla affinché venisse letta: quand'è successo, come è successo?
Ascoltando i vecchi che non avevano mai sedotto una donna ( si sarebbe saputo in vallata ) ma ne parlavano come se fossero stanchi di... fare goal. Vecchi che vivevano soli e al tramonto, quando il sole li spostava anche dall'ultimo gradino, dicevano: andiamo a casa a vedere cosa ci hanno preparato. Dicevano cose non vere, per non dargliela vinta alla vita, per cercare quindi una consolazione, sapendo di non trovarla. Ho scritto per questo, mai per me stesso, il bello di raccontarla é che fai finta di cercarla davvero la consolazione.
L'esperienza con Giulio Mozzi e Paola Borgonovo, insomma con la Sironi, è stata quella che ti ha permesso di essere conosciuto, di affermarti, credo anche di farti notare da Longanesi.
Oltre ai citati, bravissimi, aggiungerei Ilaria Caretta, editor di Sironi. E un'altra persona, che é il mio agente, Stefano Tettamanti. Che ha creduto nella mia voce.
Vivere in Olanda e scrivere per un pubblico italiano. Controindicazioni?
Finora l'unica cosa di mio che é stata tradotta e pubblicata in Olanda, é piaciuta molto, forse per quella passione e ossessione per la verticalità, muri, luce, colline, di cui gli olandesi hanno bisogno. In questi giorni Roland Fagel ha terminato la traduzione di Quattro giorni per non morire. Scrivere in Italia, ecco cosa mi manca. Ma come si fa a scrivere in Liguria?
Sei stato un giramondo, quanto i tuoi viaggi, il tuo vivere lontano, i mestieri che hai fatto (quanti ne hai fatti?) pensi abbiano influenzato la tua scrittura?
Quando non sai far nulla nella vita, finisci per far di tutto. Quando lo dico ti guardano un po' cosí. Ad esempio quando racconto che sono stato almeno mille volte in Corsica, mi dicono Ma dai. Ma é vero, facevo il mozzo su un ferry, il Corsica Ferry, Genova - Bastia, però più in là del porto di Bastia non sono mai andato. Tutto ció che ho visto, per anni di continuo vagabondaggio tra l'Europa e il Sudamerica, mi é servito solo per raccontare la Liguria. La "viveza criolla", l'umore argentino, forse hanno lasciato tracce nella lingua, hanno dato un colore al mio mondo.
Il romanzo ha due protagonisti, due persone, Hans e Lori, che sono due disadattati; lei è una giramondo che ha tentato il suicidio; lui, nonostante gli anni, decide di virere in un rovo. Sembra quasi che chi detiene certe verità, magari scomode, debba pagare un pegno.
Lei é una donna libera, disperata, il tentativo di suicidio è solo una cicatrice. Se n'é andata per vedere se si moriva anche altrove. Lui é un essere umano invaso dalla guerra, a cui é stato chiesto di invadere e di diventare un assassino, dopodiché é difficile decidere.
La tua scrittura, infine. E' chiara, anche musicale. Nessuna concessione al dialetto, al linguaggio della comunicazione che ci sta sommergendo, nessuna parolaccia? Insomma, a mio avviso una scrittura che riflette come sei tu. Gentile, affabile anche nel raccontare.
Mah, come sono io... Sto lavorando a un romanzo dove la lingua sarà sporca, cattiva, forse perché scritto in prima persona. Peró certe cose hai ragione, no, c'é sempre un patetico pudore a fermarmi, a far finta di cercarla davvero quella consolazione del raccontare. Come si cerca un paesaggio, dentro di noi.

Intervista di Remo Bassini per Il sottoscritto e per La Sesia